da RomaSembrano passati anni luce dai tempi di Fassino e D’Alema alle prese con le intercettazioni del caso Unipol e le richieste di utilizzo del Gip (oggi «riabilitato») Clementina Forleo. Invece era appena undici mesi fa quando, la Quercia, compatta, fece quadrato contro la pubblicazione indiscriminata delle conversazioni registrate. E, insieme, sulla necessità di riformare un sistema non più in grado di garantire il loro corretto impiego. Non aveva sorpreso più di tanto la posizione dell’allora Guardasigilli Clemente Mastella («non vogliamo che le intercettazioni alterino il piano della democrazia nel nostro Paese. Alterazioni che possono avvenire manipolando le notizie») mentre ben più forti erano state le posizione all’interno del Botteghino. Linea ben espressa dall’avvocato e senatore Calvi, che, condannando «il circo mediatico che travolge il nostro sistema di garanzie», definiva «intempestiva» le richieste del Gip Forleo chiedendo di «fermare questo scempio». Poco prima Nicola Latorre, braccio destro dalemiano, fiducioso si era lanciato (sbagliando) in un avventuroso pronostico sulle intercettazioni: «Non solo non saranno rese pubbliche, ma non essendo penalmente rilevanti non ci sarà motivo di conoscerle». Sappiamo tutti come è andata. Non ottimistiche ma condivisibili le parole dello stesso Massimo D’Alema che, verso la fine di luglio, si sfogava dicendo: «Non si può crocifiggere in questo modo un cittadino formulando un giudizio che pare già una sentenza».
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=273549